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Gola

21 mag

Più tre chili. Pensavo peggio.
È che non puoi portarmi nella patria dell’arancino fritto e sperare che io riesca a trattenermi. Sono arrivata a mangiare tre aranci(o)ni grossi come palloni da basket, tutti di fila. La gente avrà pensato che non mangiassi da settimane o che avessi il verme solitario.
Ovviamente ne avrei mangiati altri tre, se non fosse che c’erano un sacco di altre cose buone da assaggiare, i nomi non me li ricordo, non credo siano rilevanti, ma erano tutte robe imbottite. Robe di cipolla e spinaci e patate. Robe col ragù dentro. Robe con la ricotta. Ai siciliani piacciono i ripieni. E a me piacciono i siciliani.

Le scarpe dorate mi stavano grandi, maledette. Ci ho messo tutti i cuscinetti inventati fino ad oggi dal Dr Scholl, ci ho messo pure l’orribile soletta, ma niente, sembravo lo stesso una bambina che gioca coi rossetti e i tacchi della mamma. Ad ogni modo, l’importante è portarle con disinvoltura, e infatti trascinavo i piedi come uno di quegli zombie che è zombie da ‘na vita, proprio.
Però è stato un gran bel matrimonio. Il prete ha fatto una predica molto ispirata, ispirata al ritardo della sposa, infatti gliel’ha rinfacciato almeno per tre volte, prima, durante e dopo. Tipo che io gli avrei tirato dietro il panchetto rivestito di tulle e anche la composizione di rose con tutte le spine. Quindi per tutta la cerimonia non ho fatto altro che pensare ma guarda un po’ che coglione, oltre a chissà quante cose buone da mangiare mi staranno aspettando già tutte belle in fila sui vassoi del buffet. Sì, c’ho il chiodo fisso.

Comunque l’unica volta in cui ho fatto un viaggio del genere, con tutta la sacra famiglia appresso, intendo, dovevo avere una cinquina d’anni. Abbiamo fatto Foggia-Napoli in macchina. Nonno, nonna, zio, zia. E io, che ogni tanto costringevo la carovana a fermarsi perché avevo la nausea. Adesso non ce l’ho più, la nausea, riesco pure a leggere in macchina, pensanpo’. Però le dinamiche familiari sono le stesse. Gente che si incazza, gente che poi si chiarisce, gente che resta col muso, gente che si prende in giro, gente che ci rimane male, gente che se ne frega, gente che viene, gente che va (no, questa è un’altra cosa). Viaggiare con la famiglia è bello, eh, fa molto commedia all’italiana, di quelle con la Sora Lella e Carlo Verdone. Solo che adesso, dopo cinque giorni, sono così stanca che sembra che la Sora Lella me la sia portata in braccio per tutta la provincia di Agrigento.

E invece oggi si riparte. Sono già seduta alla mia scrivania, pronta a ricominciare, con il mare nel cuore e la sugna nella pancia.

Mio cugino piccolo

8 apr

Lo ammetto, avevo iniziato a scrivere la solita rubrichetta della domenica, quella cosa imperdibile che tutti, almeno una volta nella vita, dovrebbero leggere (sono ironica). E la stavo scrivendo in macchina. Mi piace scrivere in macchina, anche se obbligo al mutismo  le altre persone presenti, perché quando scrivo devo assolutamente avere il silenzio intorno, manco la musica di sottofondo, niente. Perciò a me piace scrivere in macchina, ma credo che gli altri mi preferiscano senza il notebook sulle gambe. Il fatto è che mentre stilavo la lista di tutte queste cose estremamente cool, ho dato un calcio all’uovo nocciolato di Ritter Sport che avevo riposto con tutte le cure vicino ai miei piedi, al lato passeggero, ché poi nel bagagliaio si rompe. Certo.

No, l’uovo non è il mio, è di mio cugino piccolo. Subito dopo il periodo natalizio, diciamo dal 7 gennaio in poi, mio cugino piccolo mi telefona con cadenza settimanale per chiedermi quando torno a trovarlo. In realtà vuole l’uovo, io lo so, ma faccio finta di credere all’amore sviscerato che prova per me. Lo chiamo mio cugino piccolo perché è il più piccolo tra i miei cugini ma, ad onor del vero, mio cugino non è piccolo per niente, e infatti mentre giravo tra gli scaffali in cerca dell’uovo perfetto, tra i vari Kinder per lei e per lui, gli Hello Kitty, le grandi firme, i grandi peluche, le grandi ciofeche, insomma, mi sono imbattuta in questo uovo zucchero zero. L’avevo pure preso e lo stavo portando via, sgomitando tra i compratori di uova dell’ultimo minuto, poi ho pensato a mio cugino piccolo, che fa la seconda elementare quindi sa leggere, ho pensato che avrebbe letto zucchero zero, che avrebbe scartato con le sue manine cicciotte quella carta celeste monocromatica, senza un pupazzo, senza una scritta, la tristezza nei suoi occhi rotondi. Cosa ci potrà mai essere in un uovo triste? Un portachiavi dorato a forma di cuore, al massimo. E insomma, non ce l’ho fatta. Sono tornata indietro e gli ho preso quello più sugnoso, quello tutto tempestato di nocciole. Credo che se ci fosse stato un uovo completamente pieno di cioccolato, anche dentro, una roba di dieci chili, tipo, gli avrei comprato quello.

E quindi oggi niente cool, oggi siamo tradizionali, oggi è famigghia, anche se si dice “…Pasqua con chi vuoi”. Tra qualche ora ci sarà la fiera del carboidrato e scorreranno fiumi di olio extravergine d’oliva come nella fabbrica di Willy Wonka. In Puglia un uovo di Pasqua zucchero zero è un sacrilegio, pure se c’hai il diabete che tra un po’ ti amputano una gamba. Conosco anziani col diabete che continuano a dire, mentre masticano cannoli, che non potrebbero mangiarli, ma tanto è solo uno, è piccolo e poi la ricotta fa bene alle ossa. Sì, nonna, sì.

Vi lascio con un augurio nerd, proveniente da @mkl, su Twitter. Dovete solo cercare su Google:

1.2+(sqrt(1-(sqrt(x^2+y^2))^2) + 1 – x^2-y^2) * (sin (10 * (x*3+y/5+7))+1/4) from -1.6 to 1.6

O, se non succede niente, andate qui. E se ancora non succede niente, pazienza.

E, dato che sono finita a parlare di uova, chiudo con una citazione di Bruno Munari che mi è piaciuta assai:

L’uovo ha una forma perfetta benché sia fatto col culo.

Passate delle belle giornate, io santificherò queste feste aprendomi al prossimo e non rifiutando nessuna dimostrazione d’amore sotto forma di cibo che chiunque vorrà darmi.

Amen.

Arroma

4 dic

Il sole, le ruote del trolley sul marciapiede, la calma di essere in anticipo, il sorriso delle aspettative.

Il mio week-end è iniziato così.

Ho scoperto che mi piace molto viaggiare da sola. Mi piace sprofondare nel sedile e guardare fuori, che poi non guardo fuori, ho solo la testa girata verso il finestrino, in realtà non guardo niente. E non penso a niente. Mi lascio solo trasportare, ché succede così di rado. Cioè, a me in realtà succede ogni giorno, di essere trasportata, ma il tragitto casa-lavoro-lavoro-casa è più una deportazione, quindi non vale. Il viaggio è un’altra cosa. Il viaggio è andare e lasciarsi andare, nel mentre.

Ho scoperto anche che mi piace arrivare, mi piace poggiare i piedi sulla terra conquistata, respirare quell’aria nuova, riempirmi gli occhi di colori diversi, che sono sempre i grigi e i marroni e i verdi, ma sono altri grigi, altri marroni e altri verdi.

Ero a Roma fino a poche ore fa. Roma è bellissima. Roma è l’unica città che mi crea dipendenza.

Avrei voluto starci di più, tipo due o tre vite, ma due giorni intensi sono bastati a sedarmi per un po’ (che poi non è vero, ma facciamo come se).

Sorpresa, strade, mani, caffè, luce naturale, parole, sorrisi, luoghi pubblici, scale, rimproveri, gabbiani, oggetti non identificati, taxi, occhi, confidenze, samosa, sanpietrini coi tacchi, vino, curve, arrivederci, chilometri a piedi, navigatore, cioccolata e pere, autoscatti, pioggia, attese, abbracci, segreti, cipolle, romanesco, negroni, voci, facce, letture, scoperte, abbuffate, zenzero, caschi, buonanotte. 

Ecco la solita lista di parole che non si capisce una mazza, ma queste non sono parole normali, sono parole importanti, per me e anche per chi le riconosce. Tanto, alla fine, le parole, tutte le parole, sono importanti solo per chi le sa riconoscere.

Riesco ancora a partire, in tutti i sensi.

E riesco ancora a perdermi, in tutti i sensi.

Bene.

Ciao, vado alla Germania

30 set

Sto andando alla Germania. Sì, proprio adesso, in questo momento. Scrivo un post col telefono, istantaneo come quelle torte finte della Buitoni che sono già pronte da infornare. Non sarà buono e bello come un vero post, di quelli che scrivi con calma, seduto alla scrivania, ma almeno cerco di renderlo presentabile. E insomma, sto sull’autostrada. Sì, ci vado in auto alla Germania, perché c’è da arrivare vicino Stoccarda, mica a Berlino. Che io Berlino non l’ho mai vista, ma neanche Stoccarda eh. A Stoccarda c’è la Cannstatter Volksfest, la seconda festa della birra dopo l’Oktoberfest. L’Oktoberfest, per dire, l’ho sempre scagato. Non capisco cosa ci sia di bello nel fare tre ore di fila per entrare in capannoni dall’odore di piscio e vomito, pieni di itagliani ‘mbriachi. No, ma se in sala c’è un esemplare di uomo che ha avuto una bella esperienza di Oktoberfest, sarei lieta di ascoltarla con lo stesso interesse con cui ascolterei una conferenza sulla barbabietola da zucchero. Non so all’Oktoberfest, ma alla festa dove vado io ci sono pure le giostre, l’ho visto sul sito. E birra, panini col wurstel e giostre, si sa, sono un’accoppiata perfetta. Spero distribuiscano dei k-way gratis. E insomma, alla Germania ci vado abbastanza agguerrita, voglio tornare con almeno tre chili in più, voglio nuotare nella weiss, dormire su un letto di spätzle, fare sollevamento di brezel.

N.B. Questo post è stato scritto dalla sottoscritta, che NON è anche la guidatrice del mezzo di trasporto. No, ché magari qualcuno poteva preoccuparsi. Ciao mamma.

Caro diario,

12 set

Questo fine settimana sono stata in Romagna. Al Romagna Camp, per la precisione. I bar camp sono degli eventi in cui c’è gente che vuole dire la sua e la dice, gente che vuole ascoltare e ascolta e gente che vuole cazzeggiare e cazzeggia. Insomma, c’è gente ai camp, gente che ha in comune la passione per il web, i social e tutta questa roba qui. Anch’io ho la passione per il web, i social  e tutta questa roba qui e allora ci sono andata.

È stata la prima volta. E dire che esistono dal 2006, ma si sa, io ci arrivo sempre dopo. Che poi senti certi discorsi e capisci che adesso ‘sti camp non sono più come una volta, che prima erano meglio e tu dici ecco, ti pareva, come quando arrivi alle feste che in sala hanno già abbassato la musica e sgomberato i tavoli, le persone sono andate quasi tutte via, tranne quello che si è addormentato sulla sedia, sbronzo, e due che limonano addossati al muro. Tu prendi una pizzetta rinsecchita, ti fumi ‘na sigaretta e te ne vai verso altri lidi.

Ci sono abituata, dicevo, ad essere fuori sincro, tipo che in Romagna ho mangiato un’insalata, poi sono tornata nelle Marche ed ho mangiato una piadina, per dire eh. Però, insomma, è stato bello. Ho conosciuto alcune persone, ho conosciuto meglio altre, ho osservato e ascoltato. E poi Stefano Leotta mi ha fatto questa foto, che si vede che ero felice perché finalmente potevo usare il mio telefono tutte le stramaledette volte che volevo, senza che qualcuno mi dicesse quanto sono fissata con l’internet.

  RomagnaCamp

Ok, non esageriamo. Qui probabilmente avevo appena saputo che il giorno dopo saremmo andati a Mirabilandia. E infatti domenica sono stata a Mirabilandia.

Non andavo a Mirabilandia dal lontano non me lo ricordo manco più, ricordo solo che era una specie di gita con l’Azione Cattolica, quindi erano gli anni in cui ero cretina. Proprio perché ero cretina, quel giorno ho deciso di fare la sborona, sono andata sulle torri subito dopo aver mangiato hot dog e patate fritte.  Tantochessaràmmai. E invece è stato che ho avuto lo stomaco sottosopra per tutta la giornata ed ho fatto praticamente tutto il tempo quella che ci tieni le borse? Un incubo.

Stavolta ho mangiato dopo, sono una donna matura ormai, riesco a fare le scelte giuste, prendere delle decisioni importanti, tipo se mangiare la pizza prima o dopo il Katun.

San VinGenzo

3 set

Ho trovato il lavoro che fa per me, perfetto per la mia indole: voglio fare la comparsa alle feste patronali.

Le feste patronali mi perseguitano, sono ovunque io decida di andare. Secondo me, le proloco di tutt’Italia intercettano le mie chiamate e, appena sanno che un giorno, chessò, devo recarmi a Canicattì, tac, ci piazzano la festa di Sancazzo. Io mica mi stupisco più se, entrando in un qualsiasi paese di una qualsiasi Regione, vedo addobbi, luminarie e bancali pieni di caramelle gommose. E’ così, ormai ci ho fatto il callo, tipo che parto già da casa col vestito buono.

Nel giro di due settimane me ne son fatte tre: San Rocco, San Giuliano e San Vincenzo.

Uno pensa che più o meno le feste patronali siano tutte uguali, c’è la processione, c’è il santo, c’è la banda, ci sono i fuochi pirotecnici. In realtà, ogni festa ha i suoi retroscena, c’è la gara col paese vicino a chi ce l’ha più lungo (il fuoco), ci sono gli schieramenti pro e contro il cantante famoso che si esibirà in piazza, ci sono gli assalti alle parrucchierie e un sacco di altre cose che, più il paese è piccolo, più sono cose enormi e di vitale importanza per i cittadini tutti.

Spesso, per cantante famoso si intende un cantante che era famoso almeno una ventina d’anni fa, tipo Rita Forte, ecco, per intenderci. Ma Rita Forte è già grasso che cola, il paesino in cui sono stata ieri, un paesino dell’entroterra abruzzese (di cui non citerò il nome per motivi di praivasi), il cantante famoso non ce l’ha, non c’aveva manco la statua del santo, fino all’anno scorso. Quest’anno, invece, tutti i Vincenzo del paese (all’incirca tre) hanno sborsato una considerevole somma per farsi il mezzo busto con l’aureola. E dovevate vedere come se lo portavano tronfi per le vie del paese! C’avevano la fierezza che traboccava dalle orecchie.

Ovviamente, essendo un paese con età media 80 anni, la festa inizia alle sei di pomeriggio, raggiunge il suo apice alle nove, con la banda che intona Fratelli d’Italia, e alle dieci e mezzo è già tutto spento, con le luminarie già tirate giù dai pali. Gli abitanti russano tutti, solo i VinGenzo non riescono a prendere sonno, dopo una giornata di così grandi emozioni.

Invece, camminando per le strade deserte, io ho pensato che come comparsa di feste patronali sarei proprio portata, potrei girare per le bancarelle e comprare chili di zucchero filato, mangiarlo con gusto per far venire l’acquolina in bocca  a tutti i bambini e incrementare le vendite. Ma mica solo lo zucchero filato, anche il panino con la porchetta, il cocco, le pannocchie arrostite, i pistacchi. Andrei in giro col palloncino di Spongebob. Mi farei fare i ritratti da quelli che fanno i ritratti, due ore seduta di fronte alla tela sempre col sorriso stampato in faccia, per mostrare quant’è bello farsi fare il ritratto, e le treccine ai capelli dalle donne di colore. Farei partire l’applauso alla banda che nessuno si caga, potrei addirittura fingere di essere una fan sfegatata di Rita Forte, con tanto di striscione e cd da farmi autografare.

Sì, direi che sarebbe proprio il mestiere che fa per me. Partirei con un pulmino carico di gente, tutte comparse professioniste, la svolta per le feste patronali di paesi tristi ed isolati dal resto del mondo civile. Su quest’idea di bisness c’ho il copyright, non me la rubate, eh.

Cose unte

20 ago

Il filo d’olio non esiste, qui dove sono io. Non si usa, non è contemplato nelle ricette di cucina. Non sanno cos’è. I parenti, dico. Se gli dici di preparare qualcosa di leggero ché stai a dieta, ti guardano prima come se avessi bestemmiato durante una messa, poi iniziano a preparare stizziti una parmigiana di melanzane. Però le melanzane sono grigliate, mica fritte, eh!

Ieri ho detto “zia guarda che è molto meglio mangiare l’olio a crudo”, lei mi ha guardato un po’ sconcertata, come se la mia fosse stata un’affermazione assolutamente priva di senso, poi mi ha detto che infatti l’olio per il soffritto lo mette crudo, mica cotto. Non fa una piega, in effetti.

Il fatto è che l’altra notte ho sognato che mi attaccavo al collo del bottiglione dell’olio e bevevo a garganella, l’olio mi colava dappertutto, lungo il collo, sulle  braccia, lungo le gambe. Stava quasi prendendo la piega del sogno erotico, quando la voce fuori campo di mia suocera mi ha gridato in dialetto stretto “spalmatelo bene che quello fa abbronzare”!

Mi sono svegliata di colpo. Tutta sudata. È che ho avuto un flash di me lucida e fumante sulla spiaggia, perfettamente impanata e pronta per la cottura. Come quelli che si spalmano l’olio baby johnson e poi si mettono al sole alle due del pomeriggio. Quando li vedo, mi verrebbe di fargli un gavettone di sabbia, ma mica col secchiello di hello kitty, no, proprio col secchio dei muratori, quello per la calce. Ecco, anche un gavettone di calce non gli farebbe male a quellillà.

Al mare ci sto andando tanto quest’anno, ho raggiunto i massimi storici di abbronzatura. Adesso sono quasi beige, ma aspiro almeno al marrone chiaro, però la vedo dura. Io non mi abbronzo per pigrizia. È che dovrei fare qualche sport da spiaggia, chessò, il beach volley, i racchettoni, ma pure camminare sul bagnasciuga con i piedi che fanno ciaff ciaff nell’acqua. E invece l’unico sport che pratico è il cruciverba, all’ombra. Devo cominciare a rivalutare la faccenda dell’olio, mi sa.

Be proud

13 giu

Per alcuni eravamo 500mila, per altri 1milione. Io non so quanti eravamo, so solo che io c’ero. Ero in mezzo a quella folla festosa e colorata, in mezzo a uomini che si tenevano per mano, donne che si baciavano, trans con le tette di fuori, drag queen con i boa di struzzo.

arcigay

Mi sono fatta tutto il corteo, ho ballato la musica tecno e Raffaella Carrà, ho fotografato persone, ho applaudito. E mi sono commossa. Due volte. Sarà il periodo premestruale, ma quando è partito il corteo, quando hanno cominciato a sventolare gli arcobaleni, mi è scappata la lacrimuccia, e per fortuna avevo gli occhiali. È che mi sembrava  di essere stata catapultata in uno di quei telefilm di cui ho visto tutte le serie, quelli che trattano di omosessualità e che mi piacciono tanto. La seconda volta gli occhi lucidi mi sono venuti al passaggio del carro dell’AGEDO, l’associazione genitori di omosessuali. Lì ho battuto le mani fino a finirmele.

Sono partita con la convinzione che non mi sarei mai fatta tutta la parata, che ad un certo punto ne sarei uscita, avrei preso la metro e sarei andata a guadagnarmi il posto in prima fila al Circo Massimo, per vedere Lady Gaga da vicino. E invece sono rimasta lì, a riempirmi gli occhi di bella gente che finalmente si sentiva libera di camminare tenendosi la mano, senza la paura di occhi e bocche imbecilli che giudicano e insultano.

Io non ho rimorchiato (e quando mai), mio marito sì. Un ragazzo brasiliano, smilzo e sculettante, l’ha invitato ad andare con lui a sentire Lady Cacca, poi ha visto che c’ero anch’io e, guardandomi schifato come se fossi un millepiedi appena uscito da una fessura del pavimento, ha squittito is she your girlfriend? Gli abbiamo mostrato le fedi e lui se n’è andato, però non prima di avermi squadrato dall’alto in basso, aver scosso la testa in senso di dissenso misto a pena e aver detto a mio marito you’re beautiful boy, strizzandogli un capezzolo.

Lady Gaga l’avrei anche vista da vicino, se fossi stata alta il giusto, e invece è ingiusto che io sia bassa e per quanto mi possa sforzare, ci saranno sempre ggenti più alte di me davanti (essere alti più di un metro e cinquanta è abbastanza facile, a meno che non ci si trovi in Asia). Ad ogni modo, dopo due ore di attesa tra tttunz tttunz e improbabili ballerini alquanto svestiti, sul palco è apparsa Lei.

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Capelli verdi, un abito dell’ultima collezione di Gianni Versace e un luuungo discorso da fare, sui gay, sui diritti, su tante cose che lì per lì non ho capito perché in inglese sono una capra, ma comunque le battevo le mani perché sapevo che stava dicendo cose giuste e sacrosante (anche se con un po’ di retorica, ma ci sta). E poi ha cantato. Born this way e The edge of glory. Fantastica al piano, voce incredibbole.

Forse qualcuno si chiederà perché ho così tanto a cuore gli omosessuali, pur non essendo gay. Rispondo con le parole della Germanotta “Io sono figlia della diversità. Sono una che sente l’obbligo morale di esercitare questa potenzialità rivoluzionaria e fare del mondo un mondo migliore.”

Il discorso intero, tradotto, lo potete trovare qui e qui.

Ad ogni modo, qualsiasi cosa voi siate, siatene fieri, siate liberi.

Che rimanga trannoi

8 mag

Questa settimana non ho cazzeggiato in rete, ma solo in giro.
La rubrichétta sarà trasmessa su questi schermi la prossima domenica.

Invece oggi voglio parlare di un po’ di fatti miei, dato che non lo faccio mai.

Avevo già proclamato l’inizio della mia attività joggingistica. Ci sono andata due volte fino ad ora, quindi sto già sulla via giusta, l’anno prossimo parteciperò alle Olimpiadi di Londra e, quando mi intervisteranno per la vittoria della medaglia d’argento (voglio rimanere con i piedi per terra), saluterò tutti i lettori del mio blog, perciò continuate a leggermi (o a fare finta, almeno) e vi assicuro grandi soddisfazioni e momenti di gloria.
Ad ogni modo, il fatto che abbia preso sul serio la corsa, lo dimostra l’aver acquistato due paia di leggins e un marsupio per metterci dentro il cellulare. Ovvio che i leggins li metterò solo quando il mio culo avrà raggiunto sembianze umane, per ora riposano in pace, seppelliti sotto chili di tute larghe. I marsupi, invece, li ho sempre odiati, ma correre con la pochette non mi pareva il caso.

Ci sono aggiornamenti importanti sulle mie lezioni di canto. Giovedì scorso, il mio maestro mi ha accolto con una notizia ai limiti dell’incredibile. Il 26 giugno la scuola farà un saggio, e fin qui niente di strano. La cosa anomala è che non solo dovrò prendervi parte anch’io, ma che dovrò cantare 6 pezzi, per di più quasi tutti pezzi maschili. Per chi non riesce a cogliere la gravità della questione, voglio precisare che ho fatto quattro lezioni di gorgheggi, respiri e scale. No, giusto per rendere perfettamente chiaro il mio terrore ad esibirmi su un palco con un microfono. Però, come per ogni impresa della mia vita, le ggenti credono in me più di quanto lo faccia io.
Vi elenco i pezzi così potete immaginare da soli quanto sono terrorizzata da 1 a 10.
The Knack – My Sharona
Queen – One Vision
The Whitesnakes – Here I go again
Linkin Park – What I’ve done
Linkin Park – New divide (quella del film Trasformers, per intenderci)
Fiorella Mannoia – Quello che le donne non dicono.

La canzone della Mannoia c’entra come un girino in una vasca di piranha, ma tant’è. Siete tutti invitati, ovviamente prima passate dal fruttivendolo perché ne avrete bisogno. E sì, sono ammessi anche i coperchi delle pentole, ma non condurrà Corrado per ovvi motivi di morte.

A proposito di morte. Ieri sono uscita indenne da un pranzo di matrimonio pugliese. Le portate ad un certo punto ho smesso di contarle. Dieta e Coscienza le ho mandate tutto il giorno a giocare con i bambini nel parco del ristorante e io sono finalmente rimasta sola con le mozzarelle di bufala, l’astice, i cavatelli,  le seppioline, le cozze, i dolci mignon e la torta. Stamattina ho evitato di pesarmi, ma domani mi tocca. Se mi scenderà una lacrima sarà per il ricordo di quel ben di dio, mica perché ho rimesso su un chilo!

Comunque ieri era un giorno speciale e mi sono premiata dopo venti giorni di inflessibilità assoluta. Da oggi ho ricominciato a mangiare con i paraocchi. Tra l’altro, da quando hanno scoperto che la dieta Dukan l’ha fatta anche Kate per prepararsi al real wedding, ne stanno dicendo peste e corna, come al solito, ché sulle diete ci sarebbe da scrivere un post a parte. Non ve lo volevo dire, Caterina mi aveva detto che doveva rimanere un segreto tra noi, ma a me la dieta l’ha consigliata lei, noi ci sentiamo regolarmente su skype, siamo amiche di vecchia data. Non sono andata al suo matrimonio solo perché la mia gatta aveva l’influenza e non volevo lasciarla sola a casa.

Per me (P)acqua, grazie

24 apr

Immagino che sarete terribilmente dispiaciuti per l’assenza della rubrica settimanale del mio fancazzismo online. E’ uno di quegli eventi imperdibili che aspettate con ansia, lo so, quasi come le visite periodiche dal dentista o le puntate di Un posto al sole, ma ragazzi, è Pasqua, e anch’io santifico le feste abbuffandomi e obbligandomi a stare lontano dal piccì almeno per una giornata. Ok, non mi sono obbligata abbastanza, considerando che adesso sto scrivendo un post, ma la farò breve…ho lasciato la tavola imbandita solo perché volevo augurarvi un week-end di festa, serenità e relax, abbandonate i problemi e respirate a fondo. Oooohhhhhmmmmmm Oooohhhhmmmmm.

Ok, no, voi siete i miei affezzzionati lettori e a voi voglio rivelare la verità.

Ho lasciato la tavola perché stavo soffrendo, sotto al naso mi stava passando ogni bendiddìo e invece a me toccano solo carni scondite e tristi verdure grigliate rinsecchite. La vita senza olio è una vitaccia, sappiatelo.

Non parliamo degli aperitivi pre-pranzo e pre-cena e degli amici che alle due di notte propongono di andare a prendere il croissant ripieno di nutella, che solo l’odore mi provoca pulsioni irrefrenabili. E dei parenti che ti tentano con un pezzettino minuscolo (da 4 etti minimo) di pastiera napoletana al motto di “mang mang ch’è fest”.

Ma io resisterò, sono donna di parola.

Mi stanno chiamando. Ora mi stacco da qui, metto su il sorriso da donna risoluta, che si nega ai piaceri della vita con forza e coerenza, e affronto le tentazioni come una moderna Eva nel giardino dell’eden.

Ciao amici, buona camicia a tutti! La mia, forse, per la prima volta dopo una festa passata a casa col parentame, mi si chiuderà ancora.

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