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Oro

11 mag

Tutto ebbe inizio da un innocente “voglio un abito verde”.
È per un matrimonio. Perché ho letto che ai matrimoni il nero è out, che bisogna osare coi colori, e invece io ai matrimoni ci sono andata sempre vestita di nero, un po’ per snellirmi, un po’ per elegantarmi. Io che ne so, dicevano che il nero è sempre elegante e poi me lo fanno diventare no-per-carità-abolito.
Io non sono fashion per niente, a me il fashion mette ansia, abbinare i colori mi mette ansia, anche distinguerli mi mette ansia.
Tipo per me il verde è verde, poi entri nei negozi e ti rifilano il verde acqua, il verde smeraldo, il verde petrolio.

Ecco, il verde petrolio. Bello, eh, le sta un incanto. E si giri un po’ di là? Si giri di qua? Eh, le mette in risalto gli occhi. E ha visto la cintina dorata? Una sciccheria.
E in effetti è bello, pure la cintina dorata, eh.
Ma quindi adesso ci posso abbinare solo robe dorate? Eh, sì, ma tanto sa quante ne trova?!

Eh, sai quante ne trovo? ‘Na marea, proprio!
Ci ho messo un mese per trovare delle décolleté decenti, roba che con tutti i soldi spesi di benzina mi sarei potuta comprare un paio, ma che dico uno, almeno due paia di Louboutin.
Sicuramente voi non avete idea, ma le scarpe dorate che si trovano nei negozi si distinguono in due grandi categorie: i sandali da brasiliana al carnevale di Rio e le scarpette da anzianotta. Se trovate delle scarpe dorate che stanno nel mezzo, costano almeno cinquecento euro.
Ad un certo punto, avevo il morale così a terra, che mi sono detta ‘sticazzi, compriamoci un paio di Prada e chi se ne frega. Per fortuna non c’era il mio numero, e in tutto il negozio ha riecheggiato un doppio sospiro di sollievo, di mio marito e della mia carta di credito.

Perché io poi ho anche un altro problema. C’ho il piede di Polly Pocket. Porto 35 barra 36, ma più 35. E anche quando sono 35, rischio sempre di fare cenerentola e perdere le scarpe per strada.
E insomma, dopo aver girato tutti gli outlet e i negozi della provincia di Macerata e pure un po’ di qualche altra provincia, mi sono decisa a prenderle online.
Giorni di ricerche mi hanno portato a dei sandali che nelle note c’era scritto champagne, ma a me sembravano a tutti gli effetti dorate. E poi che ne so, che cazzo di colore è champagne, non è dorato lo champagne? Insomma le ho prese.

Belle, ci stanno bene, lo specchio dice ok. Adesso la pochette.
La pochette non va abbinata alle scarpe? Mettiti a trovare una pochette dello stesso champagne dei sandali, ma deve essere proprio champagne, no spumante, manco prosecco, ché sennò fai un’accozzaglia di colori e sembri Marta Marzotto.

Non trovo la pochette. Comincio ad odiare la moda, il verde, i matrimoni e gli alcolici con le bollicine. Rimando indietro i sandali, mi rimetto a cercare.
Finalmente le trovo, ma tipo che le ho trovate ieri e il matrimonio è venerdì prossimo. Un paio di décolleté bellissime, dorate ma proprio oro oro come cantava Mango. Oro puro, senza altre merda di parole dopo la parola oro.
Sono 36, dovrò camminare piano, mi appiccicherò il tallone con l’attak, ma le ho trovate.

Adesso esco e vado a scovare la pochette. Oro.

Pregate per me, direi che è importante.

Pause

9 mag

Per favore, mi disdica tutti gli appuntamenti per le prossime due settimane.
Questo direi adesso, se avessi una segretaria. Il lei è dovuto al fatto che mi immagino sempre lavorare per una grande multinazionale, una roba come nei film, che più il tuo ufficio è ai piani alti, più conti. Una cosa tipo che la tua segretaria la conosci solo di nome, si chiama Lina, ma mica l’hai mai vista dal vivo, conosci solo la sua voce al telefono.
Però non è vero che mi piacerebbe, a pensarci bene. Non so come sarebbe avere una segretaria, di solito quella parte la impersono io, però sono sicura che le darei del tu e magari dopo un po’ sparleremmo di tutti quelli che ci capitano a tiro e poi lei farebbe la spia coi miei superiori, quelli che stanno più in alto di me, e io verrei licenziata, perché ho rivelato cose che non si possono rivelare.

Non so come, io so sempre cose che non si possono rivelare. Eppure non mi impiccio mai troppo, non chiedo, anche quando mi interessa. Ma c’avrò la faccia che ispira fiducia, evidentemente, e allora le cose mi giungono alle orecchie e io non è che sto lì a dire nono, non lo voglio sapere, perché poi un po’ lo voglio sapere e allora ascolto, ogni tanto faccio un commento, di solito è una faccia stupita, perché alcune cose sono proprio da ommioddio. Insomma, mi faccio i segreti degli altri. Prima ero anche una schiappa a mantenerli, infatti se qualcuno dovesse leggere questo post, qualcuno che mi ha rivelato un segreto tipo tre anni fa, ecco, sappia che molto probabilmente io ho cantato.
Però adesso sono brava, sono muta come una tomba, come un pesce, come quel ragazzo bellissimo che prendeva sempre l’autobus insieme a me, alle superiori. Era una cosa spettacolare, un viso che sembrava essere stato disegnato da uno bravo a disegnare e con tantissimo gusto estetico. Giocava a basket in un campetto davanti al quale io passavo sempre. I muscoli, la canotta, il sudo…vabbè, comunque era muto, me l’ha detto una mia amica in gran segreto.

Ad ogni modo, nessuno può spifferare niente a nessun altro, perché io la segretaria stronza e traditrice non ce l’ho e forse non ce l’avrò mai. Quindi, se voglio annullare gli impegni, dovrò ricorrere al metodo manuale, non basterà eliminarli da Google Calendar, anche se sarebbe veramente comodo.
È che sto scrivendo dopo una giornata di 12 ore in ufficio, devo ancora preparare la cena, devo piegare i panni che ormai sono diventati un tutt’uno con lo stendino, devo andare in palestra, rispondere a cinque mail, e di norma prima di rispondere alle mail bisognerebbe leggerle, devo fare la lista della spesa per domani, mancano i pomodori, lo scrivo qui così poi mi ricordo.

È tardissimo, vado a scongelare qualcosa di semipronto da semicucinare.

È stato bello.

Aroma al limone

2 mag

Dovevamo fare un lavoro di gruppo. Il compito era creare un manifesto pubblicitario di non ricordo manco più cosa. In palio l’ennesimo voto sul libretto universitario. Eravamo in cinque, tutte ragazze, compagne di corso che non avevo mai visto perché era un esame di quelli a scelta. Io l’avevo scelto perché dopo il sogno di diventare, da grande, una psicologa (del carcere ndr), e passato il tempo del critico gastronomico, quello era il periodo in cui mi ero messa in testa che sarei voluta diventare una creativa pubblicitaria.

Ero così entusiasta, avevo già le idee così chiare su quello che avremmo dovuto fare, che tutte le altre ragazze si sono fidate della mia sicurezza e insomma ho deciso tutto io, cosa-come-dove-quando farlo. Abbiamo preso un votaccio, tipo 27 (perché 27 a scienze della comunicazione è un votaccio), ma il punto non è questo, se non fosse per il fatto che da lì ho capito che forse dovevo rispolverare il sogno del critico gastronomico o del veterinario o dell’ereditiera. No, il punto è che questo manifesto dovevamo presentarlo davanti a tutta la classe, e così è stato. Ci eravamo divisi i compiti, alcune di noi avrebbero spiegato il progetto, una avrebbe tenuto il manifesto. Io mi sono subito offerta di tenere il manifesto, ché con le presentazioni ho un brutto rapporto, gli ho detto. E quindi stavo lì, a tenere ‘sto manifesto arrotolato fino a quando le ragazze non avessero finito a turno di spiegare. Doveva essere una specie di “ecco, fino ad ora abbiamo parlato, ma adesso vi mostriamo il capolavoro del secolo”. Peccato che nel bel mezzo della spiegazione, mi è scappato di mano e mi si è srotolato tutto. Non ho mai avuto addosso così tante occhiatacce tutte insieme, neanche quella volta in cui ho detto davanti a tutti, sua madre compresa, che il bambino era brutto. Ma ero piccola, mi avevano chiesto se mi piacesse e io ho risposto no, è brutto. La crudele sincerità dei piccoli.

Comunque io l’avevo detto che non ho un buon rapporto con le presentazioni, da quella recita di Natale in quarta elementare. Lì avevamo un altro compito: cambiare il testo ad una tipica canzone natalizia e poi cantarla, in coro. Noi avevamo cambiato il testo a Jingle Bells e avevamo fatto decine di prove, quella mattina eravamo gasatissimi. Parte la base, partiamo noi, io sbaglio un pezzo, attacco prima. Finisce la recita e scappo in classe piangendo in preda alla più profonda delle disperazioni mai provate dei miei primi dieci anni di vita, nonostante le rassicurazioni delle maestre sul fatto che nessuno si fosse minimamente reso conto del mio errore.

Ecco, da allora ho il terrore del pubblico. Non è timidezza, è proprio che io sono una perfettina cagacazzi epperò davanti alla gente mi succede sempre qualcosa, lo sbaglio, l’imprevisto, l’errore tecnico, e quindi mi si sconvolgono tutti i piani, tutta la mia idea di perfezione, anche quando perfezione non è. Quindi venerdì, se passate per caso da Macerata, magari venite a vedere come mi impappino alla presentazione del libro. Il libro è quello di lato, nella pagina, quello di cui vi avevo già accennato qui. Sì, l’hanno sfornato, oggi l’ho toccato per la prima volta e fa uno strano effetto, anche se dentro non c’è solo il nome mio, ma tanti altri. È un ciambello di cui io magari sono lo zucchero, o il burro, o la fialetta di aroma al limone.

Credo proprio che il terrore mi passerà, sì.

Dondolo (guarda come)

25 apr

Per anni, io al mare non ci sono andata mai, andavo solo in piscina, ci stavo notte e giorno perché i miei lavoravano lì, in un parco acquatico con gli scivoli, la piscina con l’idromassaggio e tutto il resto. E c’era una piscina come il mare, non perché avesse l’acqua salata e i pesci, no, c’era sempre il cloro, però era come il mare perché iniziava bassa bassa e finiva alta alta, dove io non toccavo. Ok, io non toccavo già a metà, quindi in fondo non toccavano manco tre me stessa una sopra l’altra. In questa piscina ho imparato a nuotare a rana e a cagnolino, ad andare sott’acqua con gli occhi aperti e a tuffarmi a bomba. Nell’altra, quella tutta alta, ci sono andata poi, quando già ero diventata un pesce che mi mancavano solo le branchie e quando ho trovato il coraggio di buttarmi dagli scivoli. All’inizio avevo paura degli scivoli, non per l’altezza o la velocità con cui ti facevano cadere in acqua, ma perché avevo il terrore che qualche cretino mi finisse addosso quando io ero ancora davanti all’imboccatura dello scivolo e poi, cosa ben peggiore, che mi si togliesse il costume. A una ragazza, dopo il tuffo, le si era tolto il pezzo di sopra e i suoi amici tutti a ridere e allora io sono rimasta così atterrita che ho portato il costume intero per un sacco di anni. Ma di questo non ce ne importa niente.

La piscina come il mare aveva pure le onde. Erano finte, ma le aveva. Le attivava il bagnino e le annunciava col fischietto, e io sentivo il fischietto e uscivo dall’acqua e dovevo pure sgomitare tra quelli che invece sentivano il fischietto e arrivavano da ogni dove. Tipo che se uno stava in bagno e sentiva il fischietto delle onde, lasciava stare tutto quello che stava facendo e correva in acqua. Il bagnino che attivava le onde era una specie di pifferaio magico abbronzato e con gli addominali scolpiti. A me invece le onde non sono mai piaciute, neanche quelle vere, del mare. E infatti io il bagno quando ci sono le onde non lo faccio mai, ché le onde portano tutte le robe a riva, le alghe, le meduse, le buste di plastica, e poi tu stai lì che cerchi di nuotare tranquilla (sempre a rana) e ti entra l’acqua nel naso e allora io il bagno lo faccio solo quando il mare è calmo, ecco.

Il fatto è che io le onde non le ho mai sapute cavalcare, un po’ per pigrizia, un po’ perché non ci sono mai stata abituata. Io quando vedo che sta arrivando l’onda, mi scanso proprio. Ma mica solo al mare, è una cosa che mi capita anche d’inverno, anche a casa o fuori, in posti senza sabbia, né acqua, né salsedine. È che mi piace starmene sul mio materassino a pensare e a prendere il sole, mi piace stare lì senza muovere un dito, senza dover cercare di non ribaltarmi, senza dover buttare sempre un’occhio a riva, ché sennò chissà dove mi porta la corrente. Il materassino attaccato alla boa, il venticello che al massimo ti rende meno caldo il sole, questo mi piace. E il mare calmo, calmissimo, tutto intorno.

E però poi si resta sempre così, un po’ arenati anche se la spiaggia è più in là. E’ bello, eh, è tranquillo, ma poi vedi quelli del mare a fianco, quelli che nelle onde ci sguazzano e magari, se le onde non ci sono, le creano, soffiano forte, scuotono tutto quanto e le creano, e gli piacciono proprio i cavalloni, quelli con la schiuma. Alcuni fanno surf e tu vedi che sotto al mare ci stanno pure gli squali e le meduse e le alghe, ma a loro che gli frega, loro fanno surf. E tu e il tuo materassino dondolate. E’ bello, eh, è tranquillo, ma è anche troppo facile.
Magari devo cominciare a soffiare anch’io, magari mi compro una tavola e un costume a fiori che mi arriva al ginocchio. Devo pure iniziare da qualche parte e mi sa che è ora.

Da capo

20 apr

Non potete immaginare quante volte, in questi giorni, ho aperto word e ho iniziato a scrivere. No, non uso word, uso open office, ma non era questo che volevo dire. Volevo dire che in questi giorni ho iniziato a scrivere sul bianco, c’avevo pure l’entusiasmo, il fatto è che arrivavo a metà e poi non riuscivo a continuare. Rileggevo tutto da capo, arrivavo fino al punto e mi fermavo, niente, il resto non mi veniva. Ho provato al solito posto, seduta alla mia scrivania, poi sul divano, sul tavolo della cucina, nel letto. Niente, arrivavo sempre a metà e quella metà manco mi piaceva troppo.
Io non sono una che scrive di getto, le cose le leggo e le rileggo e sposto le parole e le virgole e poi non mi piace così è meglio cosà. Mi faccio venire l’esaurimento nervoso, a volte. In realtà no, mi piace fare in questo modo, è come quando impacchetto i regali, deve essere tutto fatto precisino, lo scotch va nella parte sotto, la coccarda sopra e abbinata al colore della carta. Poi, certo, ci stanno pure le volte che apro la pagina, comincio a ticchettare sulla tastiera e dopo dieci minuti è tutto lì, che mi guarda e mi dice “eccomi”, come si risponde alla chiamata del signore il giorno della prima comunione. Per riutilizzare la similitudine del regalo (che vi è piaciuta, io lo so), è come quando prendi quello che hai comprato e lo metti in una busta carina, tutta dorata, una di quelle che attorno al manico c’ha pure legato un laccetto col bigliettino, e a te non resta che scriverci tanti auguri e figli maschi.

Però io, in questi giorni, arrivavo fino a metà e poi mi fermavo. Sapete, lo faccio anche coi bagnoschiuma e tutti i prodotti per la cura della casa e della persona, è un vizio. Mi stufo. Anche quando parto eccitata perché ho comprato la nuova crema con la caffeina e l’olio di jojoba, al profumo di pollo arrosto, e me la spalmo in faccia tutta contenta che ho la nuova crema, dopo un po’ mi stufo, e di solito succede quando la crema è ancora a metà. Ma non è che la butto, eh, è solo che magari la propino ad altri, ne decanto le proprietà anti-qualsiasicosa mentre intanto io apro l’altro barattolo. Ho fatto un po’ così, in questi giorni. Non ho buttato mica tutte le metà che ho scritto, sicuramente ve le propinerò tra un po’, magari le metto tutte insieme e poi ne faccio venire fuori un post delirante, di quelli che vi dispiacciono tanto.

Anche questo è un post delirante, giusto un po’, ma ho superato la metà e non mi sono bloccata, quindi è un buon segno (per me). No, perché, a parte le creme, odio lasciare le cose a metà, le cose importanti, dico. Tipo che gli studi non sarei mai riuscita a lasciarli a metà, o i libri, anche quelli bruttini, ci metto anni ma li finisco, o i salatini nel piatto dell’aperitivo. Quando c’è gente che si alza dal tavolo e lascia lì ancora un sacco di pizzette e tramezzini, io sarei tentata di corrergli dietro col piattino, di dirgli ehi, avete dimenticato tutto questo bendiddìo, tornate indietro!

Per questo, magari, avrò l’armadietto dei detersivi pieno di Mastrolindi mezzi finiti, però le cose che contano le finisco. Tipo questo post l’ho finito, non so se conta, magari no, però avevo paura che mi prendesse la sindrome della crema, e però il blog mica è una crema, a chi avrei potuto appiopparlo, un mezzo blog? Non profuma di pollo arrosto e non fa manco sparire le zampe di gallina.

Comunque mi sbagliavo, in realtà sto solo a metà, ce ne sarebbero di cose da dire ancora, ma adesso apro un nuovo foglio bianco e ricomincio da capo.

(chi è che ha gridato nuuuuuooooooooo?)

Persi di vista

3 apr

Giuliano, Miki e Rama sono tre nomi propri di persona, maschili. Gli ultimi due potrebbero essere anche femminili, ma io vi dico che sono maschili, credetemi sulla parola.
Perché io con questi tre tipi ci ho parlato, per ore e giorni, e di qualcuno mi sono anche innamorata, forse.

Posso iniziare con era il lontano 1998? Perché a me pare che il 1998 sia lontanissimo, che venga proprio da un’altra vita. Nel ’98 io avevo quindici anni ed ero nel clou della depressione adolescenziale, quella che ti fa vedere tutto nero e che ti fa rifugiare in realtà parallele, tipo la musica metal, i libri di Daniel Pennac o i telefilm in cui i protagonisti osano baciarsi con la lingua solo alla puntata duecento della quinta serie. Io questi rifugi li ho praticati tutti, però ne avevo pure un altro, il rifugio notturno della chat.

Non ho mai nascosto di essere una chattatrice accanita, un’amante dello scritto sincronizzato, ancora adesso faccio le due di notte, e il tic tac tic tac che si sente nel silenzio della casa non è l’orologio della cucina, ma la tastiera del mac. Comunque adesso non chatto più per evadere, ma solo per il piacere di sentire persone che durante il giorno non riesco a sentire, ecco. E poi qua non si parla di me, io voglio parlare di tre persone scomparse. Cioè, sicuramente adesso loro saranno da qualche parte, ma sono scomparse dalla mia vita, da anni, e io sono seriamente affranta da questa cosa, perché non mi piace perdere le persone per strada, come se ti cadessero dalle tasche bucate.

Giuliano è romano. L’ho conosciuto su un canale di IRC e sicuramente mi ha contattato lui, perché io non facevo mai la prima mossa, ché avevo sempre paura di disturbare (‘sta fissa ce l’ho ancora). Di Giuliano ricordo anche il cognome, perché è il primo tra i cognomi più diffusi in Italia; chissà quanti Giuliano Rossi di Roma esistono, lui era uno di quelli. Ecco, con lui mi piaceva tantissimo parlare, era uno di quei tipi divertenti, a posto, andava all’università, il padre era un medico. Potrei chiamare tutti i medici Rossi romani e chiedere di Giuliano! Ok, per un attimo c’ho pensato, ma forse non è il caso, magari si è sposato, c’ha la moglie gelosa e valle a spiegare che è solo perché sono una persona particolarmente attaccata ai ricordi, però l’idea faceva molto film di spionaggio, peccato. Insomma, con Giuliano ci siamo scambiati il numero di telefono, quasi subito. Il suo primo messaggio è stato 27. Proprio così, ventisette, punto. Era il voto che aveva preso ad un esame. E io gli avrò scritto qualcosa tipo braaaaavoooo con millemila a e millemila o, perché della “coppia” sono sempre stata quella più espansiva, lui era il duro, un tipo di poche parole, di quelli che si lasciano sempre desiderare, fino a quando si è lasciato desiderare troppo, nel senso che è sparito e su IRC non l’ho più trovato e agli sms non rispondeva e manco alle chiamate. Penso che sia stato l’unico che mi abbia, come dire, mollata. Forse è per questo che me lo ricordo così bene, vabbè.

Gli amici lo chiamavano Rama, da Ramazzotti o Ramadori, non me lo ricordo più, perché a lui ho spezzato il cuore io, invece. Con Rama ci siamo conosciuti su ICQ. Uno di quei ragazzi buoni, che ti fa i complimenti, che non fa lo stronzo e con il quale puoi parlare del più e del meno e sentirti a tuo agio, senza dover dimostrare niente. Rama era un ragazzo sensibile, forse anche perché aveva qualche problema in famiglia, coi genitori. Infatti dovevamo anche vederci, avevamo deciso la data, il luogo, io ero emozionatissima, lui pure e poi non se n’è fatto più niente (dico per fortuna, a posteriori). No, perché con Rama ci sentivamo un sacco al telefono, mi chiamava sempre sul cellulare, la sera. E un giorno mi ha detto ti amo e io, dopo un attimo di suspance, gli ho detto anch’io, ma non era mica vero. E ogni volta che qualcuno mi chiede se ho mai detto ti amo senza pensarlo davvero, mi viene in mente sempre lui. E poi anche un paio di altre persone, ma questo non c’entra, adesso. Io e Rama però non ci siamo mai visti, neanche in foto. Cioè, lui a me sì e io a lui no, perché non aveva la cam. Poi ha comprato la cam e si è scattato una foto, la foto ce l’ho ancora qui, nella cartella “chat”, sottocartella di “ricordi”. E la storia finisce qui, perché così è finita. Chiudete il sipario, grazie.

Dei tre, Miki è il più vecchio, l’ho conosciuto su C6 ed abbiamo parlato per un sacco di tempo. Io un po’ lo trovavo noioso, ma non gliel’ho mai detto. Lui, secondo me, un po’ si era innamorato, ma non me l’ha mai detto. Un giorno mi ha mandato una foto, in bitmap, mi ricordo. E me lo ricordo perché il mio catorcio di pc, insieme al catorcio di connessione analogica, ci ha messo un secolo ad aprirla, e io la vedevo apparire piano piano, si apriva come una saracinesca, e intanto io trepidavo, e poi quando l’ho visto ci sono rimasta pure male, ché me lo immaginavo diverso, non più bello, solo diverso. Non so perché, io le persone me le immagino sempre diverse e poi ci resto un po’ così, come quando vedo i film dopo aver letto i libri da cui sono tratti. Nella foto c’era lui con la chitarra e il suo cane. Miki suonava la chitarra e ascoltava i Simon and Gurfunkel, che io non sapevo manco chi fossero, proprio, fino a quando non me li ha fatti ascoltare lui, al telefono. A casa mia, il telefono stava in soggiorno, in una zona di passaggio scomodissima perché due persone potessero dirsi le cose sdolcinate e allora io, a Miki, gli telefonavo di nascosto da casa di mia nonna, che il telefono ce l’aveva nella sala, mi chiudevo la porta dietro e stavo le ore. Parlava quasi sempre lui, mi raccontava di Stresa, dove viveva, della musica, dei libri. Un giorno mi ha detto l’hai letto Norwegian Wood di Murakami? E io gli ho detto di no e lui me l’ha regalato il giorno del mio compleanno e a me è arrivato per posta, tutto imballato nella carta con le bolle da scoppiare. Il libro io ce l’ho ancora, ogni tanto lo riapro e rileggo la piccola dedica di Miki con l’inchiostro blu. E sorrido. Sorrido di tutto, anche di tutte le altre persone delle quali non mi è rimasto niente, almeno niente che si possa toccare.

Faccio cose, vedo niente

28 mar

A me non succede mai, io quando faccio, vedo pure. A volte mi succede persino il contrario, che faccio niente e vedo cose. Perché ci sono cose che accadono così, di loro spontanea volontà, senza chiederti neanche il permesso, e poi però sento la gente che fa di tutto, che si rotola per terra in preda ad attacchi di isteria e urla fino allo sfinimento, ma niente, n o n a c c a d e n i e n t e. Certo, poi c’è anche la versione faccio niente, vedo niente, che dovrebbe essere la cosa più ovvia e infatti questo sì, mi succede.

[Ora che ho storpiato per bene la citazione di Nanni Moretti più abusata della storia delle citazioni di Nanni Moretti, posso anche passare a spiegare quello che intendo, perché lo so che non ci avete capito una mazza, anche se mi dite che non è vero, perché siete gentili.]

Ordunque, mi sono accorta (alla soglia dei trent’anni, ma questo è solo un dettaglio) che ci sono cose che mi risultano facili e portano risultati immediati. È come se davvero la Somatoline funzionasse, tipo che ve la spalmate la sera prima e il giorno dopo avete il sedere liscio e gli addominali scolpiti. Anzi no, mi risultano facili come se la mattina dopo vi svegliaste interamente uguali ai modelli sulla confezione, senza peli, senza brufoli, senza occhiaie e vi è sparita pure la gobba sul naso. Facili così. E queste sono le cose che riguardano le persone che mi vogliono bene e alle quali io voglio bene. Ma anche le altre persone, quelle che volerle bene è più complicato; mi sono accorta di entrare facilmente nelle grazie delle persone difficili e che le persone difficili entrano facilmente nelle mie. Forse dovevo fare l’addestratrice di pitbull, ho sbagliato tutto. Ma cosa diavolo dico, c’è il muratore del palazzo di fronte che fischietta da ore un motivetto strano e mi distrae (questo è l’alibi per tutto ciò che ho scritto e che scriverò in questo post).

No, volevo dire che i rapporti interpersonali mi risultano estremamente facili, ecco. Forse perché agisco senza freni e senza strategie, come quando gioco a poker. Io quando gioco a poker con gli amici vinco sempre. Ok, la motivazione più logica potrebbe essere che i miei amici sono delle schiappe, a giocare a poker, ma io ho la motivazione filosofica, e cioè che io a poker vinco perché gioco così come mi viene, a sensazioni, un po’ alla cazzo di cane, anche, senza stare lì a pensare a questa mossa e a quell’altra e se io faccio così, poi quello fa cosà. E niente, vinco, così. L’ultima volta cinquanta euro, mica arachidi.

Poi però ci sono altre cose su cui mi perdo, tipo ci sono cose che proprio non mi riescono, ma non è che le faccio e non mi riescono, è che proprio non mi riesce di farle. Spesso non ci provo neanche. Sono cose che non rientrano nella sfera delle relazioni, cose in cui c’entro solo io e il rapporto di io con me, gli altri sono tagliati fuori, ecco perché sono così cessa.
Il loop è praticamente così: questa situazione non mi sta bene – vorrei cambiarla, ma non ce la faccio – non ce la faccio perché non faccio niente per – questa situazione non mi sta bene. E così all’infinito, da mesi. Ok, da anni.

Ora, la soluzione potrebbe essere prendere i 50 euro, aggiungerne altri 50 e darglieli ad un bravo analista, che mi faccia accomodare sulla sua poltrona in pelle e mi faccia sviscerare tutte le mie turbe mentali oppure uscire sul balcone e gridare al muratore del palazzo di fronte di smetterla col suo maledetto motivetto fischiettato, promettendogli in cambio i soldi, che glieli pinzo con la molletta dei panni e glieli lancio, giuro che lo faccio, eh, state a vedere.

Il ballo della scopa

21 mar

“Era estate, un camposcuola come tanti.
Scendiamo dal pulmino con gli zainetti pieni di mutande, magliette della salute e panini con la frittata. Nella tasca davanti, le cassette degli 883 e le compilation colorate di Festivalbar.
Fa caldo, è un posto alberato e c’è l’ombra ma fa caldo uguale, è umido perché vicino c’è un laghetto, ci sono pure le papere. Le ragazzine cominciano a fare uuuhhh e ooohhh indicando le paperelle, pure noi maschi tutti d’un pezzo vorremmo fare uuuhhh e ooohhh ma ci limitiamo a guardarci e ridere un po’ di loro, di quanto sono femminucce.

Lei ha gli occhioni, una di quelle ragazzine coi capelli belli, mossi, e gli occhioni tondi e luccicosi. È perfetta in quei boschi, sembra Liulai, la bambina della Signora Minù. Non che io guardassi la Signora Minù, ma Liulai so chi è, e lei sembra proprio Liulai. La guardo allontanarsi dal pulmino con un tipo lungo e secco, dalla faccia incazzosa, si tengono per mano. Vorrei essere quella mano, quella di lui, ma mi accontenterei anche di essere l’altra mano, quella che le porta il borsone.

Non ha solo gli occhioni di Bambi, lei, è pure simpatica. Quando giochiamo a pallavvolo, batte col bagher, ché la schiacciata non la sa fare. La prendo in giro e lei ride, quando lo smilzo non la vede. Un pomeriggio l’ho trovata fuori, da sola, a scrivere una lettera alle amiche del mare. Era impegnata a sporcare di inchiostro quella carta colorata azzurra e profumosa. Non volevo disturbarla, era proprio concentratissima, scriveva tutta piegata sul foglio, quindi me ne sono stato un po’ lì a guardarla da lontano poi, non so come, mi sono ritrovato allo stesso tavolo a parlarle della prof di matematica, di quanto mi stava sulle palle e il giorno dopo ancora lei mi ha parlato del suo cane e dopo io le ho parlato di mio nonno e lei mi ha raccontato della piazza del suo paese, e così fino al ballo della scopa.

L’ultima sera prima della partenza, abbiamo giocato al ballo della scopa, quello in cui si balla a coppie e uno, con la scopa in mano, la deve consegnare a qualcun altro per prendersi la compagna di ballo, fino a quando la musica non viene stoppata. E allora, a un certo punto, mi sono ritrovato a ballare con lei, Liulai, e ballavamo una canzone di Massimo di Cataldo, mi ricordo, e allora lei mi ha guardato e mi ha detto che doveva dirmi una cosa. E io le ho detto dimmi. E lei stava per dirmela. E io ho sperato che fosse quello che volevo dirle anch’io. E lei forse avrà sperato che io avessi già capito quello che lei voleva dirmi, così le avrei evitato l’imbarazzo. E poi lo smilzo mi ha messo la scopa in mano, pure un po’ scazzato, e si è ripreso la dama e lei ha abbassato gli occhi e l’ho visto, che era triste, e io sono rimasto con questa scopa in mano e, mentre ero divorato dal dubbio sul rifare o meno il giochetto per riprendermi le parole che mi spettavano di diritto, quella stronza dell’arbitro, quella con la faccia acida e brufolosa, ha premuto stop sullo stereo e Massimo Di Cataldo ha smesso di botto di cantare la sua litania.
E il giorno dopo ero a casa, ancora divorato dal dubbio, però riguardo al fatto se spaccarmi una scopa in testa o lasciar perdere.”

Questa è una storia vera, una di quelle che si raccontano alle due di notte, in macchina, di ritorno dal pub. Una di quelle storie che c’hanno una morale, ma non come la morale di Esopo, proprio la morale che ti frena, che ti fa rimanere con la scopa in mano perché non si fa, non si frega la dama a un altro, neanche per gioco al camposcuola.
E invece io dico di sì, che si fa, che se una persona ti piace, glielo devi dire e te la devi prendere, ché magari lei vuole essere presa, tu che ne sai? E se anche non fosse, pazienza, tu c’hai provato. Perché ci sarà sempre qualcuno che stoppa la musica e qualcuno che rimane con la scopa in mano, io dico che vorrei essere quello che rimane abbracciato alla dama, ecco.

La giornata del lamento

13 mar

Voglio istituire la giornata del lamento. Con cadenza, chessò, quindicinale.
Tipo che ogni quindici giorni, magari di lunedì (che è un giorno che si presta), uno è autorizzato a passare tutta la giornata a lamentarsi, anzi deve, perché è la giornata del lamento e bisogna onorare le feste, soprattutto quelle sceme.

La giornata del lamento non è assolutamente quella dell’apatia, cercate di non sbagliarvi. Non è ammesso rimanere a casa, da soli, col pigiama e gli occhi cisposi per tutta la giornata, no. La giornata del lamento inizia sbuffando alla sveglia e continua ammorbando i colleghi d’ufficio, prosegue invitando amici a bere qualcosa, con l’unico scopo di piagnucolare girando la cannuccia nello spritz, e finisce imprecando davanti alla tivvù che, nonostante le centinaia di canali, non passa niente di decente.

La giornata del lamento è prerogativa di chi non si lamenta quasi mai, di quelli che va sempre tutto bene anche quando non proprio. Di quelli che gli sembra che se per una volta mettono gli angoli della bocca all’ingiù, il mondo improvvisamente implode. Degli ottimisti, di quelli che consolano, di quelli che fanno patpat, di quelli che ascoltano e che comprendono e che scusano.

Oggi non è lunedì, ma facciamo come se lo fosse. Io avrei così tanto da lamentarmi, che mi ci vorrebbe un intero week-end del lamento, una cosa tipo centro benessere, dove tutti, i massaggiatori, quelli della reception, le signore delle pulizie, tutti stanno lì ad ascoltare le mie lagne. Oppure no, non ho proprio niente di cui lamentarmi, come molti di voi, come quasi tutti. Però, ecco, è possibile che abbia ancora il piede destro gonfio, nonostante io sia scivolata sulla neve ormai un mese fa? Perché magari gli altri non ci fanno caso, ma quando metto le ballerine si vede che un piede è più gonfio dell’altro. E poi questi sbalzi di temperatura mi fanno venire mal di testa. Lo sapete che ho preso due chili durante le feste di Natale e ancora stanno qua? E che tra un paio di mesi comincia il tour de force dei matrimoni a cui devo andare e quindi ad agosto sarò così al verde che passerò le ferie sul balcone di casa, sorseggiando acqua calda (probabilmente mi staccheranno anche la corrente), però adesso che ho ancora un po’ di spiccioli potrei comprare uno di quegli ombrellini da cocktail, così almeno potrò immaginare di essere non dico ai caraibi, ma almeno su una spiaggia di Riccione.

A proposito di cocktail, allora ci venite a prendere ‘sto spritz? Ho bisogno di lamentarmi di cose che possono sentire in pochi e questo posto comincia ad essere affollato.

Dai, ci vediamo tra due lunedì al solito bar. Offro io.

Caramelle

7 mar

Non sono una persona nostalgica. Ok, giusto un pochino, ma ieri mi hanno dato una caramella col liquore dentro, non al sapore di, proprio col rhum liquido dentro e, a parte il mio sorriso ebete che la mia amica avrà pensato questa è scema, è successo che prima di mangiarla l’ho rigirata per un sacco di tempo tra le mani per capire se era veramente lei e sì, era proprio una di quelle caramelle che fregavo nella vetrinetta di mia nonna. Gliele fregavo perché non erano caramelle da bambini, ché dentro c’era la vodka e il cognac e anche il whisky ed era pure un’impresa non indifferente fregargliele, perché mia nonna passava praticamente l’intera giornata tra la cucina e il soggiorno, allora io approfittavo della pennichella pomeridiana; quando la sentivo russare sul divano, spostavo la sedia dal tavolo, piano piano, mi ci arrampicavo (sì, anche da bambina ero bassa), e prendevo due o tre caramelle al liquore, solo due o tre perché sennò se ne accorgeva.
Poi tornavo a sedermi per terra e provavo anch’io a indovinare cosa c’era nello zainetto di Ambra, col bottino nelle tasche.

‘Sta cosa delle caramelle si è tirata dietro tutti gli altri ricordi. Penso di aver passato due terzi della mia infanzia nel salotto di mia nonna, nell’altro terzo stavo fuori a giocare a molla e alla Signora Teresa. Se non sapete cosa sia il gioco della molla e quello della Signora Teresa, poi ve lo spiego nei commenti. No, è che adesso casa di mia nonna non è più com’era vent’anni fa, adesso è diventata casa di mio zio, è tutta moderna, dentro c’ha i muri colorati e allora io, ogni volta che ci vado, mi rivedo mentre cerco di stendere la mia amica di classe dritta dritta tra gli schienali di due sedie distanti, come diceva di fare il Mago Silvan nel suo libro. Il libro del Mago Silvan stava nella biblioteca civica, io lo prendevo ad intervalli regolari, tra un libro di Gianni Rodari e l’altro. E poi provavo le magie sulle amiche e sui cugini. Mai riuscita mezza, ovviamente, tant’è che un giorno ho smesso, fortunatamente prima che ci scappasse il morto.

Ho sempre avuto un debole per la magia, mi avevano regalato pure una sorta di kit del mago, una scatola piena di giochi di prestigio, c’erano un sacco di corde, palline, carte e fazzoletti colorati. Solo che, per imparare a fare le magie, dovevi leggerti il manuale con le istruzioni e io non ne ho mai avuto voglia, quindi giravo solo con il cilindro e ogni tanto cacciavo un coniglietto di peluche dal sottofondo. E i bambini facevano oh. Eh, mi piace vincere facile. I bambini erano mia sorella e i miei cugggini. Tutti più piccoli di me. Per anni gli ho fatto credere che c’avevo i poteri, che potevo far succedere le cose e che, se avessero fatto quello che gli dicevo di fare, quando sarebbero diventati abbastanza grandi, glieli avrei trasmessi e saremmo andati in altri mondi più belli. Vai da nonna e fatti dare un ghiacciolo, rimetti a posto tutti i pezzi del Sapientino, prendimi le scarpe che le ho lasciate di là. C’erano decisamente gli estremi per sfruttamento minorile e circonvenzione di incapace.

Anche se in fondo ero una brava bambina, dai, gli passavo pure le caramelle al liquore di contrabbando. Ma magari loro hanno rimosso tutto, quindi per carità, se li incontrate, evitate di dargli le caramelle al rhum.

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