Giuliano, Miki e Rama sono tre nomi propri di persona, maschili. Gli ultimi due potrebbero essere anche femminili, ma io vi dico che sono maschili, credetemi sulla parola.
Perché io con questi tre tipi ci ho parlato, per ore e giorni, e di qualcuno mi sono anche innamorata, forse.
Posso iniziare con era il lontano 1998? Perché a me pare che il 1998 sia lontanissimo, che venga proprio da un’altra vita. Nel ’98 io avevo quindici anni ed ero nel clou della depressione adolescenziale, quella che ti fa vedere tutto nero e che ti fa rifugiare in realtà parallele, tipo la musica metal, i libri di Daniel Pennac o i telefilm in cui i protagonisti osano baciarsi con la lingua solo alla puntata duecento della quinta serie. Io questi rifugi li ho praticati tutti, però ne avevo pure un altro, il rifugio notturno della chat.
Non ho mai nascosto di essere una chattatrice accanita, un’amante dello scritto sincronizzato, ancora adesso faccio le due di notte, e il tic tac tic tac che si sente nel silenzio della casa non è l’orologio della cucina, ma la tastiera del mac. Comunque adesso non chatto più per evadere, ma solo per il piacere di sentire persone che durante il giorno non riesco a sentire, ecco. E poi qua non si parla di me, io voglio parlare di tre persone scomparse. Cioè, sicuramente adesso loro saranno da qualche parte, ma sono scomparse dalla mia vita, da anni, e io sono seriamente affranta da questa cosa, perché non mi piace perdere le persone per strada, come se ti cadessero dalle tasche bucate.
Giuliano è romano. L’ho conosciuto su un canale di IRC e sicuramente mi ha contattato lui, perché io non facevo mai la prima mossa, ché avevo sempre paura di disturbare (‘sta fissa ce l’ho ancora). Di Giuliano ricordo anche il cognome, perché è il primo tra i cognomi più diffusi in Italia; chissà quanti Giuliano Rossi di Roma esistono, lui era uno di quelli. Ecco, con lui mi piaceva tantissimo parlare, era uno di quei tipi divertenti, a posto, andava all’università, il padre era un medico. Potrei chiamare tutti i medici Rossi romani e chiedere di Giuliano! Ok, per un attimo c’ho pensato, ma forse non è il caso, magari si è sposato, c’ha la moglie gelosa e valle a spiegare che è solo perché sono una persona particolarmente attaccata ai ricordi, però l’idea faceva molto film di spionaggio, peccato. Insomma, con Giuliano ci siamo scambiati il numero di telefono, quasi subito. Il suo primo messaggio è stato 27. Proprio così, ventisette, punto. Era il voto che aveva preso ad un esame. E io gli avrò scritto qualcosa tipo braaaaavoooo con millemila a e millemila o, perché della “coppia” sono sempre stata quella più espansiva, lui era il duro, un tipo di poche parole, di quelli che si lasciano sempre desiderare, fino a quando si è lasciato desiderare troppo, nel senso che è sparito e su IRC non l’ho più trovato e agli sms non rispondeva e manco alle chiamate. Penso che sia stato l’unico che mi abbia, come dire, mollata. Forse è per questo che me lo ricordo così bene, vabbè.
Gli amici lo chiamavano Rama, da Ramazzotti o Ramadori, non me lo ricordo più, perché a lui ho spezzato il cuore io, invece. Con Rama ci siamo conosciuti su ICQ. Uno di quei ragazzi buoni, che ti fa i complimenti, che non fa lo stronzo e con il quale puoi parlare del più e del meno e sentirti a tuo agio, senza dover dimostrare niente. Rama era un ragazzo sensibile, forse anche perché aveva qualche problema in famiglia, coi genitori. Infatti dovevamo anche vederci, avevamo deciso la data, il luogo, io ero emozionatissima, lui pure e poi non se n’è fatto più niente (dico per fortuna, a posteriori). No, perché con Rama ci sentivamo un sacco al telefono, mi chiamava sempre sul cellulare, la sera. E un giorno mi ha detto ti amo e io, dopo un attimo di suspance, gli ho detto anch’io, ma non era mica vero. E ogni volta che qualcuno mi chiede se ho mai detto ti amo senza pensarlo davvero, mi viene in mente sempre lui. E poi anche un paio di altre persone, ma questo non c’entra, adesso. Io e Rama però non ci siamo mai visti, neanche in foto. Cioè, lui a me sì e io a lui no, perché non aveva la cam. Poi ha comprato la cam e si è scattato una foto, la foto ce l’ho ancora qui, nella cartella “chat”, sottocartella di “ricordi”. E la storia finisce qui, perché così è finita. Chiudete il sipario, grazie.
Dei tre, Miki è il più vecchio, l’ho conosciuto su C6 ed abbiamo parlato per un sacco di tempo. Io un po’ lo trovavo noioso, ma non gliel’ho mai detto. Lui, secondo me, un po’ si era innamorato, ma non me l’ha mai detto. Un giorno mi ha mandato una foto, in bitmap, mi ricordo. E me lo ricordo perché il mio catorcio di pc, insieme al catorcio di connessione analogica, ci ha messo un secolo ad aprirla, e io la vedevo apparire piano piano, si apriva come una saracinesca, e intanto io trepidavo, e poi quando l’ho visto ci sono rimasta pure male, ché me lo immaginavo diverso, non più bello, solo diverso. Non so perché, io le persone me le immagino sempre diverse e poi ci resto un po’ così, come quando vedo i film dopo aver letto i libri da cui sono tratti. Nella foto c’era lui con la chitarra e il suo cane. Miki suonava la chitarra e ascoltava i Simon and Gurfunkel, che io non sapevo manco chi fossero, proprio, fino a quando non me li ha fatti ascoltare lui, al telefono. A casa mia, il telefono stava in soggiorno, in una zona di passaggio scomodissima perché due persone potessero dirsi le cose sdolcinate e allora io, a Miki, gli telefonavo di nascosto da casa di mia nonna, che il telefono ce l’aveva nella sala, mi chiudevo la porta dietro e stavo le ore. Parlava quasi sempre lui, mi raccontava di Stresa, dove viveva, della musica, dei libri. Un giorno mi ha detto l’hai letto Norwegian Wood di Murakami? E io gli ho detto di no e lui me l’ha regalato il giorno del mio compleanno e a me è arrivato per posta, tutto imballato nella carta con le bolle da scoppiare. Il libro io ce l’ho ancora, ogni tanto lo riapro e rileggo la piccola dedica di Miki con l’inchiostro blu. E sorrido. Sorrido di tutto, anche di tutte le altre persone delle quali non mi è rimasto niente, almeno niente che si possa toccare.

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